Della violenza sulle donne e della Comunicazione Commerciale

Della violenza sulle donne e della Comunicazione Commerciale

Donne privacy e comunicazione

Esiste il voyeurismo consensuale, che è una pratica erotica libera, e il voyeurismo non consensuale, che in alcuni Paesi è un reato. Chi ama il cinema americano sa che Fecebook nasce da Facemash, piattaforma di voyeurismo non consensuale creata da Mark Zuckerberg nel 2003.

E’uscita in questi giorni una interessantissima inchiesta dell’Espresso a firma di Maurizio di Fazio che scopre un velo sulla malattia sociale che in Italia colpisce violentemente ogni anno tantissime donne, alcune addirittura con la morte: il maschilismo. L’articolo svela appunto come sul social network Facebook esistano dei gruppi chiusi di maschi che si divertono a pubblicare immagini di donne, prese a loro insaputa, per riversare su di esse tutta la propria frustrazione con commenti oltraggiosi, sessisti, violenti, maniacali e psicopatici.

Nell’ultimo seminario sulla comunicazione che, come 11Radio, abbiamo tenuto il 12 gennaio a Roma ho provato a spiegare come funziona la bilancia che, in ognuno di noi, tiene in equilibrio la nostra vita tra Comunicazione Sociale e Comunicazione Commerciale. Un equilibrio quasi sempre sbilanciato dalla seconda parte a causa del peso di fattori come “individualismo”, “stereotipi” e “manipolazione” che hanno la meglio sul senso di comunità e lo scambio culturale. Scoprire che, nel nostro Paese, vi sia una diffusione così epidemica di una malattia così grave come il maschilismo (parliamo di decine di migliaia di maschi iscritti ai gruppi Facebook scoperti dall’inchiesta dell’Espresso) evidenzia quanto sia compromesso il nostro equilibrio sociale sulla bilancia della comunicazione; e proprio dalla comunicazione è necessario partire se il problema lo si vuole affrontare.

Dalla televisione che spiega come gli uomini cerchino di bruciare vive le donne “per troppo amore”, al voyeurismo violento e non consensuale dei social network il filo conduttore resta sempre quello di una comunicazione stereotipizzata ad uso e consumo di un pubblico sempliciotto che è bene non sforzare troppo, altrimenti potrebbe non consumare più. Hai un problema con il lavoro? E’ colpa degli immigrati che vivono negli hotel a 5 stelle. Ti senti solo? E’ perchè le donne sono tutte troie che vanno con quelli che hanno i soldi. La tua città fa schifo? Sarà così fino a quando permetteremo agli zingari di rovistare nei cassonetti.

Potrei continuare all’infinito ed essere sicuro di trovare lo stereotipo che risolve il vostro problema sociale tanto quanto quello che ve lo procura, ce n’è per tutti e tutte. E poi c’è l’idea del controllo, quella fantastica illusione che esista il potere di controllare la comunicazione; una vaga sensazione di sicurezza mista ad un perverso piacere positivista che, la stragrande maggioranza delle volte, trova la soluzione di tutti i problemi con la sentenza giudiziaria di un tribunale di cui diventiamo, senza laurea e concorsi, pubblico ministero e giuria: “andrebbe chiuso il gruppo, arrestati tutti i membri e buttata la chiave!”.

Arrivati a questo punto, però, devo rifarvi la domanda: ma a voi il cinema americano vi piace o no? Perchè se vi piace e avete visto quel fantastico film di David Fincher che è “The Social Network” allora dovreste saperlo che Facebook in quanto tale nasce dall’evoluzione di un progetto di voyeurismo non consensuale; Facebook è il regno del voyeurismo non consensuale. Ogni volta che pubblichiamo una foto di noi al mare ci premuriamo mai di cancellare le persone sconosciute che sono sullo sfondo e che non hanno la benchè minima idea che prendere il sole in spiaggia li porterà a finire condivisi mezzi nudi sulle bacheche di non sai quanta gente? Quando pubblichiamo i video dei nostri figli che fanno il saggio di fine anno chiediamo ai genitori degli altri bambini “ehi scusa, mi è entrato tuo figlio nell’inquadratura, posso pubblicare comunque il video?”.

Quanta fatica doversi confrontare con gli altri, essere parte di una comunità e riconoscere i diritti altrui alla pari dei nostri, primo fra tutti quello alla privacy. Nel mondo semplificato del touchscreen pretenderlo è chiedere troppo e bloccherebbe il flusso della Comunicazione Commerciale. Il punto, però, è che fermare quel flusso è anche l’unico modo per riequilibrare la nostra bilancia e migliorare la qualità della nostra vita. Riconoscere i diritti degli altri è il punto di partenza di un mondo in cui vengono riconosciuti i nostri diritti; ma è anche il punto di arrivo di una comunicazione che ha ripreso la propria funzione originaria di aggregatore sociale. Un allenamento, quello all’uso della Comunicazione Sociale, che deve essere seguito costantemente perchè sulla bilancia, a pesare quotidianamente, è sempre l’altro piatto, quello della Comunicazione Commerciale.

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